Palazzo D'Arco

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palazzoarcoesternoAll'inizio degli anni Ottanta del XVIII secolo, Antonio Colonna (1753-1799), forse il più dotato tra gli allievi della scuola d'architettura dell'Accademia cittadina, progettava la ristrutturazione di Palazzo D'Arco, uno dei più significativi interventi di committenza privata della città in quegli anni. Nel 1783 egli ricevette, infatti, probabilmente grazie ai buoni uffici dello zio e maestro Paolo Pozzo, l'incarico dal conte Giambattista Gherardo D'Arco di redigere il progetto per l'integrale trasformazione della residenza urbana della famiglia. A Mantova la presenza e l'importanza dei conti D'Arco, famiglia trentina, erano rilevanti già prima del Rinascimento. Nel 1740 un ramo della famiglia si insediò stabilmente, avendo ereditato la dimora dei conti Chieppio. L'idea di una ricostruzione completa dell'edificio si affacciò nella mente del conte Giambattista Gherardo D'Arco poco prima dell'assunzione di importanti cariche politiche. Rappresentante di un casato illustre, egli era, infatti, personalità di spicco nella Mantova del periodo: impegnato a sostenere le radicali trasformazioni imposte dal governo imperiale, la nuova residenza cittadina avrebbe costituito un segno tangibile della sua attiva partecipazione politica e della fedeltà all'Impero. Il progetto di Antonio Colonna prevedeva la realizzazione di tre corpi di fabbrica disposti a U attorno ad un cortile, chiuso da un'esedra, posta in asse con l'ingresso principale, soluzione condizionata dalla forma dell'area disponibile e dalla decisione di riutilizzare parte delle strutture preesistenti. La facciata principale, caratterizzata dall'introduzione di un ordine gigante che unificava il lungo fabbricato, esplicitava la diretta conoscenza delle opere di Andrea Palladio, aderendo sostanzialmente a quella tendenza architettonica assai diffusa nella seconda metà del Settecento, nota come "neo-palladianesimo". I lavori, diretti dal capomastro Pietro Vassalli, pressochè conclusi nel 1785, consisterono nella riorganizzazione degli ambienti interni, per la quale furono utilizzate numerose murature esistenti, nella creazione dello scalone e della sala maggiore detta degli Antenati, sporgente oltre il livello del tetto, nell'applicazione di nuove facciate all'esterno e nel cortile, e nella costruzione di un nuovo corpo di fabbrica con scuderia. L'esecuzione degli ornati si protrasse a lungo, ben oltre il tempo che aveva richiesto la fase costruttiva, ed impegnò diversi artisti tra i quali Giambattista e Leandro Marconi, Giuseppe Crevola e Francesco Tartagnini. Nel 1872 la proprietà corrispondente alla vecchia residenza dei Chieppio fu ampliata con l'acquisto dell'area situata oltre l'esedra, che comprende il giardino e alcuni corpi di costruzione rinascimentale.

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Oggi il palazzo, nel rispetto delle disposizioni testamentarie della contessa Giovanna D'Arco marchesa Guidi di Bagno, morta nel 1973, è un pubblico museo. L'edificio è stato, infatti, donato alla città di Mantova ed è gestito attraverso una fondazione che ne mantiene inalterato il fascino sette-ottocentesco di dimora patrizia.